La scuola che oggi ricomincia, leggiamo nel volantino del Comitato, è una scuola dimezzata e a singhiozzo, nella quale devono ancora essere affrontati e risolti molti problemi, determinati dall’emergenza sanitaria o irrisolti da decenni.
Ma la richiesta forse più importante è quella di un ripensamento complessivo sulla scuola, per il quale serve “mettere in moto un percorso ampio e collettivo di immaginazione”.
La scuola, infatti, deve “ricoprire quel ruolo centrale all’interno di una società che riteniamo oggi sempre più necessario alle sfide che ci aspettano”, deve diventare un presidio contro la violenza e contro le discriminazioni e spazio di prefigurazione di una società più giusta, deve diventare anche un presidio ambientale, dove imparare una cultura della sostenibilità che diventa sempre più urgente.
E se la scuola, la conoscenza, la cultura sono un problema di tutti coloro che vogliono costruire un presente e un futuro migliore, “è necessario che si torni a investire nella scuola pubblica”, destinando ad essa, per l’emergenza, una parte cospicua delle somme del Recovery Fund.
“Malgrado il governo e la ministra Azzolina abbiano fatto, a chiacchiere, di tutto per rassicurare sul regolare avvio del nuovo anno scolastico, esso si è riaperto nella totale incertezza, sia dal punto di vista didattico che sanitario. […] non c’è stato alcun finanziamento straordinario serio, nessun recupero di strutture pubbliche dismesse per aumentare il numero delle aule, né c’è stata la indispensabile riduzione significativa del numero di alunni/e per classe (non più di 15), [non] si è realizzato il conseguente aumento di docenti ed ATA (le ventilate 84.000 assunzioni sono ancora di là da venire); non è stato stabilizzato il personale precario e ci si è aggiunto anche il vergognoso pasticcio delle Graduatorie Provinciali per le Supplenze pubblicate con una valanga di errori e conseguenti ricorsi”, scrivono i Cobas Scuola.
Un cambio di passo è necessario se si vuole evitare il ritorno alla cosiddetta Didattica a Distanza, unica risposta possibile durante il lockdown, ma altra cosa rispetto all’insegnamento, che è relazione, condivisione, cooperazione, capacità di individuare e praticare percorsi comuni di crescita.
Giusto, quindi, che nelle scuole vengano rispettati protocolli e procedure: introiettare comportamenti corretti avrà positive ricadute nell’intera società, ma non basta.
Alle incertezze delle indicazioni ministeriali, si aggiungono spesso le inadeguatezze della dirigenza locale, nella mappatura degli spazi utili – ad esempio – o nel loro reperimento.
Ma proprio le difficoltà incontrate dai dirigenti scolastici, sia quelli più attivi sia quelli più incerti e pavidi, mettono allo scoperto le carenze presenti nelle direttive del Ministero e denunciano che “la scuola che riapre non è il luogo migliore, più accogliente e più sicuro per tutti” che genitori, alunni, insegnanti e operatori tutti della scuola chiedono da mesi.
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