Con esclusione, ovviamente, dell’occupazione romana di Casa Pound, che, secondo la Corte dei Conti, in 15 anni ha causato un danno alle casse dello Stato di 4 milioni e 600.000 euro.
Una rivendicazione, quella dell’assessore all’ambiente, all’ecologia e alla sicurezza, in linea con la propaganda quotidiana che caratterizza questo momento storico.
La sensazione prevalente, fra le tante associazioni riunitesi mercoledì 19 a Catania nei locali di via Randazzo confiscati alla mafia, il Giardino di Scidà, su invito del Colapesce, è, invece, che si tratti di una rivendicazione sostanzialmente farlocca.
Non perché non ci sia nel Paese un’evidente stretta securitaria (peraltro, solo verso chi contesta l’attuale governo), ma perché non bisogna sottovalutare il ruolo e il peso, sempre più ingombrante, svolto da Unicredit (la proprietaria dell’immobile occupato) nella città di Catania.
La banca, infatti, svolge il servizio di tesoreria del comune di Catania, comprensivo dell’anticipazione di cassa e di tesoreria, vale a dire il mutuo annuale concesso (e ovviamente restituito con gli interessi, circa 10 milioni annui di euro) per far fronte alla spesa corrente.
Si è ritagliata un ruolo di primo piano nella cosiddetta riqualificazione di Corso Martiri della Libertà. Infatti, attraverso la Capital Development (società controllata al 100%), ha rilevato la società Parnasi Costruzioni e detiene il controllo di Istica, proprietaria delle aree in questione.
Ancora, propone un sito on line, Credit Subito Casa, che presenta ben 11 pagine di annunci di appartamenti in vendita a Catania.
L’ipotesi, perciò, che lo sgombero sia stato fortemente voluto da Unicredit è stata condivisa dai presenti (ancora una volta tanti, decisamente preponderanti i giovani), preoccupati, anche, perché gli interventi “urbanistici” della banca vanno tutti nella direzione di espellere persone e attività produttive storiche presenti nel centro città.
Una parte della Città, il centro storico, trasformata in una zona di consumo e caratterizzata dalla presenza di tantissimi locali, la maggior parte dei quali vive sul lavoro precario dei giovani dipendenti.
In questa prospettiva, un centro, come il Colapesce, capace di svolgere un ruolo di promozione e solidarietà sociale, contestando la logica del profitto, non poteva/doveva rimanere in funzione.
L’impegno finale dell’assemblea è stato, perciò, quello di legare l’obiettivo della riapertura del Colapesce alla lotta contro Unicredit. Un primo passo condiviso da tutte le associazioni presenti, quelle, cioè, che avevano partecipato al corteo di sabato 8 giugno.
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