E’ questo il materiale utilizzato per la ‘Scuola di Gomme‘ del villaggio di Al-Khan Al-Ahmar, vicino a Gerusalemme est, nell’area C della Cisgiordania, quella a totale controllo israeliano, con il 4% della popolazione palestinese.
Una scuola che ha dato la possibilità di studiare ai bambini della circostante comunità beduina e che oggi rischia di essere demolita.
E’ scaduto, infatti, da qualche giorno il più recente divieto di demolizione della scuola e la struttura è nuovamente in pericolo. Una ulteriore, palese violazione dei diritti umani, in questo caso del diritto all’istruzione.
La scuola risale al 2009 ed è stata realizzata grazie alla Ong per la Cooperazione Internazionale Vento di Terra, in risposta all’esigenza della comunità beduina per i bambini del villaggio.
Il progetto viene co-finanziato dal Consolato italiano, dalla CEI, dai Comuni del Sud Milano, con il coinvolgimento di ARCò (Architettura e Cooperazione), una cooperativa basata su princìpi di sostenibilità ambientale.
Utilizzando manodopera improvvisata di non professionisti, nel giro di quindici giorni viene fatto il ‘miracolo’: c’è la scuola, con il suo bagno e la sua biblioteca, per circa 150 bambini.
La richiesta di demolizione è stata presentata alla Corte Suprema israeliana dal movimento che rappresenta i 40 mila coloni insediati, illegalmente, nel territorio. Coloni che, peraltro, scendono spesso di notte tutti incappucciati (ci ricorda qualcosa?), seminando terrore nel villaggio.
Oggi, dopo una serie di rinvii, sembra arrivato il momento della demolizione. La comunità internazionale, ancora una volta, stenta a farsi sentire.
Eppure, la situazione dei beduini è quella di un’estrema marginalizzazione all’interno di una zona già marginalizzata, e la costruzione di un asilo infantile e di una scuola primaria contribuisce a dare maggiore consapevolezza a questa comunità privata di diritti fondamentali, avvalorando il principio che “l’educazione dei figli educa anche i genitori”.
Tale comunità, che per forza di cose ha abbandonato l’antica tradizione del nomadismo, ma rimane piuttosto restia all’integrazione con il resto della popolazione, o forse, più realisticamente, ne è discriminata, non chiederebbe altro che di continuare a vivere come ha sempre vissuto, cioè di piccoli lavori e dell’allevamento di qualche animale.
Il futuro di questi beduini, che non sono arabi palestinesi, ma cittadini israeliani a tutti gli effetti, è però molto incerto.
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Con grande probabilità il loro stile di vita sarà totalmente sopraffatto dalla necessità di sviluppo del progresso israeliano e il loro villaggio verrà smantellato per fare posto a un ennesimo insediamento illegale, ma più “moderno”, di coloni israeliani.
Il tempo sembra scaduto: si prepara un vero e proprio piano di deportazione, in quanto i beduini Jahalin di Al-Khan Al-Amar non verranno arrestati (come avviene per gli attivisti israeliani e internazionali) ma spostati in una terra privata palestinese da anni destinata a discarica della grande città di Gerusalemme, dove quindi non potrebbero portare con sé i propri animali.
La distruzione però non è ancora avvenuta. Le colonie premono per distruggere, le comunità beduine si impegnano perché abbia seguito la speranza, per sé e per le altre comunità della zona “C”.
In Italia, il sottosegretario agli Affari Esteri ed alla Cooperazione Internazionale, Manlio Di Stefano, ha ribadito nel corso di un’interrogazione parlamentare l’intenzione del governo di intervenire con trasparenza e determinazione sulla vicenda.
Gridiamo: “Giù le mani dalla Scuola di Gomme”!
Prendiamo e diffondiamo coscienza dell’ingiustizia, perché nessuno un giorno possa dire: “Io non sapevo”. Vogliamo sostenere la speranza. Chi distrugge una scuola distrugge la speranza.
Sulla Scuola di Gomme leggi anche l’articolo di Amira Hass a pag.33 del settimanale Internazionale (n.1258 /1-7 giugno 2018), “Addio scuola di gomme”.
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