Dopo il restauro degli anni 1985/89, fu chiesto al Maestro, di origine calabrese ma ormai radicato nel paese etneo, di eseguire per questa chiesa una nuova Via Crucis, ed egli accettò trasferendo nella creta la sua sensibilità umana e religiosa.
Nessuna spettacolarizzazione, nessuna retorica, niente aureole né fronzoli. Quello che viene rappresentato è il dramma di un uomo, “spoglio della sua essenza divina”.
Lo scrive Senzio Mazza, che di Incorpora fu amico e interlocutore, nell’introduzione al volume, voluto dal parroco Diego Scaccia e stampato nel 2009 a cura della Provincia, che contiene le immagini delle 14 ‘stazioni’ modellate da Incorpora, arricchite dalle didascalie e dai testi poetici dello stesso Mazza.
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Argo si è già occupato di questo artista in occasione della inaugurazione della sala espositiva permanente a lui dedicata nel museo di Linguaglossa e del sito web che rievoca alcuni momenti della sua vita e permette una più ampia fruizione della sua opera.
Nella sua rappresentazione plastica degli uomini che affrontano la fatica della vita abbiamo letto una incessante ricerca, umana e artistica, la stessa di cui parlano le “divagazioni” di Mazza nella presentazione del volume sulla Via Crucis.
Lavorando la creta, appena plasmata, con uno stile che Mazza definisce post-espressionista, Incorpora dà forma alla disperazione in cui si dibatte l’umanità, ma lascia aperta una porta alla speranza.
Quei corpi contorti che rappresenta li aveva visti nei campi di battaglia e in quelli di sterminio, conosceva bene la sofferenza dei poveri e dei diseredati, che aveva più volte raccontato nelle sue opere, era solidale con gli “emigranti attaccati alla terra coi grandi piedi nudi che affrontano a fatica il mistero stesso della vita”.
Eppure la disperazione non è l’ultima parola. Cristo agonizzante o morto non è mai rappresentato “con la testa penzolante ma eretta, quasi a preconizzare la sua Resurrezione”.
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Grazie per l'ottima recensione.