L’incontro è avvenuto ad un “21marzo” del 2016, a Napoli, e proviamo a raccontarlo proprio oggi, in occasione di una ‘Giornata della memoria e dell’impegno‘ in cui Libera sta provando, con il progetto ‘Oltre il limite‘, a fare dialogare detenuti e volontari.
Un dialogo costruito lentamente, attraverso una serie di incontri di sensibilizzazione e di approfondimento, non solo finalizzato alla odierna lettura alternata dei nomi della vittime innocenti delle mafie.
Proprio la storia dell’omicidio di Montanino e della successiva, faticosa riconciliazione tra sua moglie e uno degli assassini, è una di quelle che i detenuti di piazza Lanza hanno ascoltato nel corso delle sedute del progetto.
Gaetano era una guardia giurata di 45 anni che insieme al collega Fabio DeRosa di 25 anni controllava, con la macchina di servizio dell’istituto di vigilanza, le attività commerciali della piazza mercato di Napoli, il 4 agosto 2009.
Avvicinati da alcuni ragazzi che intimarono la consegna delle armi, Gaetano e Fabio non cedettero, ma nel conflitto a fuoco che ne seguì Montanino perse la vita, lasciando la moglie Lucia e una figlia Veronica, mentre il suo collega rimase gravemente ferito.
Grazie alla testimonianza di DeRosa e alla collaborazione del primo fermato, Vincenzo DeFeo, gli agenti della Squadra Mobile riuscirono a ricostruire la dinamica dei fatti e a fermare un altro componente della banda, rimasto ferito nella sparatoria, Davide Celia.
Le successive indagini portarono all’arresto di altri due soggetti, Salvatore Panepinto e un ragazzo minorenne. Così nell’aprile del 2012 con la sentenza di secondo grado furono condannati a 22 anni di carcere i responsabili dell’omicidio di Montanino.
Il più giovane voleva chiedere perdono e incontrare Lucia, la vedova della guardia. All’inizio le resistenze della giovane donna sono state molto forti poi, ad una ‘Giornata’ di Libera, è avvenuto l’incontro, con Antonio che “sembrava un animale ferito in cerca di aiuto”.
Nell’abbraccio Antonio chiedeva perdono per il male commesso e Lucia gli chiedeva di cambiare vita. E’ nato un percorso di riconciliazione e di perdono che, tra l’altro, ha permesso ad Antonio di non essere trasferito al carcere per adulti di Poggioreale. Il giudice gli ha concesso gli arresti domiciliari e la possibilità di lavorare come puliziere per una cooperativa che si occupa di disabili.
Per Lucia è stata una dura prova, ma il suo impegno sta dando i suoi frutti perché a poco a poco vede che va maturando qualcosa di buono e di sano.
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