Interventi non di rito quelli dei partecipanti, perchè Elvira conosce da anni Abdel che ha frequentato il Centro Astalli dove ha seguito i corsi di lingua, Alfonso lo ha incontrato negli anni di permanenza al Cara di Mineo, Sara ha proposto un confronto con la sua esperienza in Madagascar.
Nulla di scontato quindi, tanto meno le affettuose ‘provocazioni’ di Mustafa, colui che gli è stato e gli è più vicino e che ha infine cantato – accompagnandosi con la chitarra – una sua canzone composta per il figlioletto, nato dall’amore con la compagna di vita, catanese, con la quale sta costruendo una storia familiare che sfida le differenze etniche, culturali, religiose.
Anche le figure dei genitori, dei fratelli, degli amici emergono soprattutto attraverso il racconto di semplici episodi.
Poche le date, indiretti i riferimenti ai fatti storici, alle guerre, tra Etiopia ed Eritrea, in Sudan, in Libia, e poi alla vita in Italia, al percorso per trovare una sua collocazione in questo mondo diverso e contraddittorio che è l’Europa.
Per questo è stato importante ascoltare i suoi racconti dal vivo, capire come sono cucite insieme le singole esperienze.
Abdel ha raccontato il primo tentativo di raggiungere l’Italia, fallito perchè la guardia costiera ha riportato i migranti in Libia, poi il secondo, quando Gheddafi decide di spedire tutti in Europa, per ritorsione. Ha parlato del Cara di Mineo, “carcere bellissimo, fuori dal mondo”, in cui non si vive tra le persone del luogo, delle quali si può solo ‘osservare’ la vita quotidiana dopo aver percorso chilometri per raggiungere il centro abitato.
Eppure al Cara Abdel ha conosciuto l’Africa, che “per me era solo casa mia”, dovendo stare a contatto con quattromila persone provenienti dai più vari paesi di quel continente.
In quella struttura Abdel ha sperimentato – tuttavia – soprattutto la frustrazione, l’attesa snervante e interminabile del permesso di soggiorno: “ho buttato via tre anni della mia vita per avere un pezzo di carta di cui non sapevo che farmene”.
Un documento che fanno apparire come se fosse la salvezza, ma non dà diritto a una casa, a un lavoro, “ti danno quel pezzo di carta e ti lasciano sulla strada. A casa mia sono più onesti, io ho avuto la mia prima carta di identità a trenta anni”, ma tanto era chiaro che, con documenti o senza, prospettive non ce ne erano.
Abdel non conosce nemmeno la sua data di nascita, pur essendo eritreo è nato in un campo profughi del Sudan, non lontano dal paese d’origine, dalla frontiera che sua madre guardava sempre con nostalgia e speranza del ritorno, “come se stesse aspettando qualcuno che la chiamasse”.
Alla farina che veniva dall’America è collegato anche il suo anno di nascita che, nel ricordo della madre, era avvenuta quando al campo arrivava la “farina di Reagan”.
La precarietà della vita nel campo faceva sì che “nessuno ti faceva la promessa che l’indomani sarebbe andato tutto bene. Per questo ogni frase e ogni dialogo iniziava con l’espressione ‘se Dio vuole‘, e anche quelli che non credevano la usavano”.
Eppure Abdel ha rivendicato, in uno dei suoi interventi e nel suo libro, la possibilità di scegliere. Lui ha scelto anche il suo nome, ha scelto di partire, di cambiare la sua situazione, ha scelto la città in cui vivere dopo il vano girovagare in altre parti d’Italia e sceglie ancora di lasciare via via tutto quello che ferma il suo progetto di vita, senza preoccuparsi troppo del domani.
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