Chi invece lo ha capito benissimo e ne approfitta a man bassa sono gli Stati Uniti che vi hanno investito, e continuano a farlo, centinaia di milioni di dollari per farne una pedina sempre più importante della loro politica di potenza.
La lettura dell’articolo di David Vine e Tom Dispatch, L’Italia dei marines, pubblicato sul n. 1025 della rivista Internazionale, ci aiuta a delineare un quadro più completo.
Questa strategia si inserisce, infatti, all’interno di una più vasta modifica della visione dei rapporti di forza internazionali quale si è cominciata a delineare con la scomparsa del blocco sovietico ma soprattutto a partire dal 2001, con l’inizio della guerra al terrorismo.
In questo quadro l’Italia, e la Sicilia al suo interno, ha assunto una posizione di prima linea, soprattutto per il controllo dello scacchiere africano e medio-orientale. In questa fase, la percentuale di forze statunitensi basate in Italia è salita dal 5 al 15% rispetto al totale delle forze presenti in Europa.
In appoggio a questo tipo di velivoli è stato necessario costruire strutture di comunicazioni satellitari per le attività di intelligence, sorveglianza e ricognizione, mentre è ancora in forse la costruzione, a Niscemi, del Muos, un impianto di comunicazioni satellitari ad altissima frequenza a cui si è oppone un vasto schieramento di movimenti di base, preoccupati per gli effetti delle radiazioni elettromagnetiche sugli esseri umani e sulla riserva naturale circostante.
Quali i motivi che rendono così vivo questo interessamento?
La posizione strategica della Sicilia è quella più ovvia e scontata. Da essa le diverse forze militari hanno accesso diretto alle acque e allo spazio aereo internazionali di tutto il Mediterraneo.
Ma ciò sarebbe una vantaggio parziale se non fosse corroborato sia dall’adesione dei militari italiani alla dottrina antiterrorista americana, sia dalla maggiore permissività delle normative in materia di ambiente e di lavoro e, soprattutto, dalla più ampia libertà di movimento che è consentita dalla maggiore flessibilità e acquiescenza della nostra classe politica.
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Senza dimenticare, ancora, i vantaggi economici che ne possono venire sia alla nostra industria bellica sia alle varie imprese che possono essere interessate, ad esempio, alle commesse per la ricostruzione susseguenti ad azioni di guerra.
Ma, a noi siciliani quali vantaggi ce ne vengono? Pochi e molto relativi: a parte qualche commessa ad aziende locali per le opere infrastrutturali delle basi militari, per il resto il personale statunitense che vi è dislocato sembra essere organizzato sulla base del principio dell’autosufficienza, mentre, per contro, questo insieme di interessi strategici, politici ed economici degli americani potrebbe fare da ostacolo ad eventuali investimenti che russi e cinesi vorrebbero fare in Sicilia.
Per non dire che, in caso di conflitti, il nostro territorio diventerebbe automaticamente un obiettivo militare da colpire in prima istanza.
Non ci sembra un particolare motivo per cui andare orgogliosi.
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