Una tradizione che non ci appartiene crea -tra l’altro- situazioni imbarazzanti, con adulti impreparati a ricevere le visite dei bambini e ragazzini che rispondono ai dolcetti negati con scherzi non sempre innocui, come avviene invece nei paesi anglosassoni.
E comunque noi abbiamo già la nostra festa, la festa dei morti. Eh già perché la commemorazione dei defunti in Sicilia è la Festa dei morti. E’ una festa, non un funerale, non un ricordo ma qualcosa di vivo, palpitante. Un modo per avvicinare i bambini alle persone a noi care che non ci sono più. Un modo per farle vivere ancora.
Della festa dei morti hanno parlato anche i nostri intellettuali, gli scrittori siciliani. Solo qualche esempio. Innanzitutto Giuseppe Pitrè il più importante studioso e raccoglitore di tradizioni popolari siciliane, nonché medico, storico, filologo e letterato. Il due novembre in Sicilia dunque è “lu iornu di li morti” o semplicemente “li morti”.
Ancora il Pitré narra che i bambini siciliani di tanti anni fa recitassero: “Armi santi, armi santi, Io sugna unu e vuatri sìti tanti: Mentri sugnu ‘ntra stu munnu di guai Cosi di morti mittitimìnni assai.” (“Anime sante, anime sante, Io sono solo uno e voi siete tanti: Mentre sono in questo mondo di guai Regali dei morti portatemene assai”). E i monelli di allora corressero per le vie cittadine gridando: “Li morti venni e ti grattanu li pedi!” (“Vengono i morti a grattarti i piedi!”).
Proprio “La festa dei morti” si intitola una bella novella di Verga che in link potrete leggere per intero. Parla, in verità, solo di striscio della festa così come ancor oggi la intendiamo noi, ma ci racconta di un’altra festa, del risveglio di defunti che si levano dalle sepolture e danno vita a un convito “…ogni anno, il dì dei Morti – nell’ora in cui le mamme vanno in punta di piedi a mettere dolci e giocattoli nelle piccole scarpe dei loro bimbi, e questi sognano lunghe file di fantasmi bianchi carichi di regali lucenti, e le ragazze provano sorridendo dinanzi allo specchio gli orecchini o lo spillone che il fidanzato ha mandato in dono per i morti …” .
Bellissimo, puntuale, dettagliato, invece, il racconto di Andrea Camilleri sulla Festa dei morti. Il titolo è ““Il giorno che i morti persero la strada di casa” da I racconti quotidiani (Qua e là per l’Italia- Alma edizione, Firenze 2008).
Rimpiange Camilleri la perdita delle nostre tradizioni a favore di usanze straniere e lontane: “Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e “stampato”, come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un
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Mi piace Hallowen e mi piace tutto ciò che è nuovo, diverso e che mi spinge a conoscere nuove tradizioni. Come al solito, nella nostra sopraggiunta idiosincrasia per Hallowen ha avuto incidenza determinante l'antiamericanismo d'accatto. Quello che la sinistra ci ha propinato per contrastare il capitalismo. Ovviamente la sinistra non ci ha fatto conoscere o ci ha impedito di conoscere quali sono stati i paesi dei veri MORTI e cioè i paesi dove i morti non portavano regali ma pensieri di fuga e di maledizione verso il potere.Piuttosto volentieri interrogherei tanti nostri morti eccellenti, quelli che hanno visitato in vita i paesi dell'est, per farmi raccontare le tragedie vissute da quei popoli e mai raccontate per timore che si scoprisse il vero volto del comunismo.
Secondo me è una battaglia persa oltre controproducente. Bisogna ripromuovere la festa dei morti dando però ormai per assodato anche halloween, anche se è stata importata prepotentemente per questioni esclusivamente economiche. Ma tant'è.. Non è che una festa esclude l'altra, possono benissimo coesistere. Una sera ci si traveste e si fa festa e due giorni dopo si va al cimitero, si mangiano zucchero e frutta martorana e si fanno i regali dei morti. Non ci vedo nulla di male.