La voglia di non subire passivamente un evidente sopruso ha, infatti, portato il protagonista (evidentemente involontario) della vicenda a contattare gli avvocati, e il Tribunale di Catania – sezione lavoro – gli ha dato ragione, costringendo l’ azienda a reintegrarlo nel posto di lavoro.
Ottenuto il lieto fine, in altri casi dell’intera vicenda, probabilmente, non se ne sarebbe più parlato. Il lavoratore, però, ha giustamente ritenuto, e in ciò è stato supportato dagli avvocati (che lo hanno seguito dal punto di vista legale, ma che hanno, anche, condiviso l’indignazione umana e morale per quanto accaduto) che fosse necessario ‘andare avanti’ per evitare che anche altri potessero subire analoghe umiliazioni e negazione di diritti.
Peraltro nel passato l’uomo aveva lavorato, nel nord Italia, in un’azienda sanitaria, rispettando, ovviamente, i protocolli previsti in questi casi. Protocolli che tutelano la salute della persona sieropositiva, come quella degli utenti.
In particolare, i legali hanno sottolineato negativamente il comportamento di una dottoressa che, durante le visite di controllo successive alla vincita del concorso, non solo ha spinto il lavoratore a ‘confessare’ la positività, ma lo ha dichiarato immediatamente inidoneo, impedendone l’assunzione.
Dimostrando, la dottoressa, di guardare alla sieropositività con un’ottica ormai superata dalle attuali conoscenze scientifiche ed operando con modi che configurerebbero, e infatti è stato avviato un procedimento penale, una vera e propria violenza privata.
Temi, questi ultimi, ripresi dal professor Luciano Nigro (infettivologo e presidente della LILA Catania) che ha sottolineato come oggi i passi in avanti nell’affrontare AIDS e sieropositività fanno sì che una persona con HIV in terapia e con carica virale azzerata riduce quasi allo zero il rischio di contagio.
Di tutto ciò occorre tenere conto se si vogliono evitare passi indietro e nuovi processi di criminalizzazione ed emarginazione che, insieme alle persone sieropositive, colpirebbero tutti, rendendo, in ultima istanza, meno tutelato lo stesso diritto alla salute.
Infine, a conferma che qualcosa sta cambiando è intervenuto (unica, comprensibile, richiesta non scattare foto) il protagonista della storia. Un intervento importante per ricordare
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