Il libro si apre su un giorno di primavera di due anni fa: i catanesi si riversano per le strade, passeggiano per via Etnea, affollano i tavolini all’aperto dei bar, il vulcano a fare da sfondo alla scena. Stefania è ancora viva, ha 26 anni e frequenta la Facoltà di lettere e filosofia di Catania, è una creatura vivace, socievole, solidale. Prima che l’anno termini questa vita sarà stroncata: l’aspettano 11 coltellate assestate dall’ex fidanzato, l’ultima, che le reciderà la carotide, è quella fatale. La figura di Stefania balza fuori viva nei ricordi straziati della madre Rosa, del padre Ninni e di Serena Morello, l’amica del liceo.
Poi viene raccontata la vicenda d’amore, travagliata e punteggiata di particolari inquietanti, tra Stefania e colui che diverrà il suo carnefice.
Il terzo capitolo si apre con un’immagine della città di Enna: siamo nel maggio del 2012, sul selciato della piazza del paese tante scarpe femminili, 360 per l’esattezza. Abbandonate. Sono le scarpe delle donne uccise in Italia dal 2008 al 2012. Ci sono anche quelle di Stefania.
È questa la parte centrale, qui il quadro si allarga dall’omicidio di una singola donna ad una mattanza nazionale, e non solo, che oggi chiamiamo “femminicidio”. Viene da pensare che se si è sentito il bisogno di coniare un termine nuovo per dire un orrore vecchio di millenni, significa che le parole per descrivere questa violenza sono ormai logore per l’uso, e che quando la forma viene a mancare anche il contenuto scivola via, ne rimangono solo brandelli che non arrivano a comporre un senso compiuto, universalmente compreso ed accettato…
L’autrice parla di linguaggio sessista, stereotipi di genere, politiche familiari basate sulla disuguaglianza dei ruoli nella coppia, omicidi di stato: “Chi legifera e viene pagato per difenderci, da che parte sta?”.
Si accenna al Piano Anti-Violenza Nazionale varato nel 2009 e subito naufragato per mancanza di fondi, cosicché tutta l’Europa ci è passata davanti nella lotta contro la violenza sulle donne.
Nelle pagine seguenti si affonda il colpo: “Italia, paese ostile alle donne” intitola un giornale straniero ed i numeri per dargli ragione ci sono tutti e ci vengono snocciolati via via che procede il discorso.
E siamo quasi giunti alla fine del libro: Quello che resta. Cosa resta di una vita, così breve, così
L’ultimo capitolo s’intitola “La sentenza”, una pagina appena, un’ultima violenza. La relazione dei carabinieri di Caltagirone accorsi sul luogo dei delitti parla chiaro: “il movente va ricercato nel desiderio di possesso…” e la sentenza ribadisce questo fatto. Eppure ecco che l’indomani i giornali parlano di “raptus di gelosia”, ancora una volta, per un omicidio premeditato ed eseguito a sangue freddo.
Questa società guarda senza vedere e non vuole comprendere il grido di dolore della donna, vittima sacrificale da troppo tempo, in un mondo dove le vittime stesse fanno fatica a decifrare il linguaggio del loro martirio, dove i perenni sensi di colpa delle donne, la sudditanza sempre latente al maschio, lo sforzo costante, sentito come un inappellabile dovere, di farsi carico di tutto e tutti, l’abitudine alla rinuncia di sé per gli altri, aprono in esse uno spazio inerme che la violenza cieca di mariti, compagni, amanti, braccia armate di una società altrettanto cieca e violenta, può violare con estrema facilità.
Il libro si chiude con due appendici: nella prima vi sono raccolti pochi articoli e versi di Stefania, nella seconda si vogliono suggerire “strumenti utili per difendersi dalla violenza di genere”.
Ed infine ecco i ringraziamenti: sono tanti, poiché sono molte le donne ed i movimenti femminili impegnati in questa battaglia di soccorso alle donne e che lottano per cambiare una mentalità
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