Basterebbe però la lettura del recente volume di Giuseppe Riggio, La memoria del vulcano. Il Novecento raccontato dalla gente dell’Etna, pubblicato da Maimone, per rendersi conto che tutto il territorio del vulcano è stato sempre animato da una umanità ricca e molto articolata.
Per raggiungere questo risultato, Riggio -fra i fondatori e animatori dell’associazione Etnaviva– ha raccolto un buon numero di testimonianze di persone che su questo territorio hanno lavorato, studiato, svolto attività sportive o semplicemente passeggiato.
Pur senza avere pretese storiografiche, il volume -centrato prevalentemente su figure del Novecento- è un libro di storia, oltre che di storie, perché documenta con efficacia come, nello spazio di pochi decenni e nel breve volgere anche di una sola generazione, sia cambiato e stia continuando a cambiare il modo di rapportarsi degli uomini con la ‘loro montagna’.
Suggestive ed emozionanti queste memorie perché in molti casi si tratta di mestieri ormai scomparsi o diventati marginali, alcuni per l’inesorabile avanzare del progresso tecnico, altri per la volubilità delle mode, ma altri ancora per l’insipienza degli uomini.
Non meno significative sono le testimonianze di quanti -vulcanologi, botanici, forestali, naturalisti- soprattutto con attività di ricerca, di studio e di divulgazione, hanno permesso a tanti appassionati della montagna di conoscerne con maggiore consapevolezza, apprezzare e rispettare l’incredibile varietà e complessità scientifica che si addensa in questo territorio relativamente ristretto che, non a caso, sarà presto riconosciuto dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità.
Ma, come in tutte le rose colorate e profumate, non possono mancare le spine.
Non si può non concordare, infatti, con quanto annota Giambattista Condorelli nella sua presentazione: oltre le tante emozioni, questo libro trasmette appunto “qualche amarezza, soprattutto quando il lettore constata come questo grandioso monumento della Natura potrebbe costituire una fonte di ricchezza per le popolazioni che vivono alle sue falde, ed invece così non è” soprattutto per l’invadenza paralizzante della macchina amministrativa, per la sovrapposizione delle competenze e per i limiti culturali della classe politica.
Resta comunque il merito di un lavoro che mostra l’inesauribile vitalità della montagna e dei suoi abitanti e che, per questo, meriterebbe -come afferma sempre Condorelli- di essere letto nelle scuole
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