Quando un lavoratore viene licenziato, a torto o a ragione, è “accompagnato” nella ricerca di un nuovo lavoro e riceve dallo Stato, per tre anni, una cifra pari al 90% dell’ultima retribuzione percepita. Questi ammortizzatori sociali reali -come ha detto Caruso- permettono la “occupabilità”, consentendo che il lavoratore licenziato venga formato, orientato e ri-immesso nel mondo del lavoro. Il sistema italiano, invece, è incentrato sul modello familista (lavoratore maschio, con contratto a tempo indeterminato, che mantiene la famiglia e il cui licenziamento costituisce un dramma) in cui il welfare prevede solo risarcimenti monetari e non tutela la persona fuori dal posto di lavoro.
Perchè in Italia i soldi per questo tipo di soluzione non si trovano, si è chiesto Cavallaro? Non a causa dell’evasione fiscale e non tanto a causa della crisi, quanto del modo con cui si è deciso di affrontarla.
Ma la soluzione scelta si configura, secondo il parere di Cavallaro, “come un cane che si morde la coda”. Se, per combattere il debito, comprimo le spese e quindi taglio reddito, vien tagliata anche la domanda. Con minore domanda avrò anche un taglio della produzione e di conseguenza della occupazione. Con l’aumento della disoccupazione, però, aumenteranno anche le prestazioni sociali da erogare alle categorie più deboli (disoccupati, pensionati…) e quindi il debito, invece di ridursi, continuerà a crescere. E’ il motivo per cui le manovre correttive degli ultimi 20 anni non sono servite a nulla, hanno anzi confermato che Keynes aveva ragione quando diceva che “tagliare il debito attraverso il taglio delle spese significa inseguire la propria stessa colpa”.
E’ consapevole Cavallaro di venire considerato un “retrò” o di rischiare il discredito solo per il fatto di dirsi marxista, o meglio “interista- leninista“” come recita il titolo di un altro suo volume. Figlio della deriva del pensiero debole che rifiuta i grandi sistemi di idee ma di fatto si nutre di una istanza fortissima, quella di negare legittimità a chi la pensa diversamente, Cavallaro ha preferito tornare alle “idee forti”.
Con l’articolo 18 si è creata una cerniera tra diritti sindacali e diritti individuali. La possibilità che il sindacato stia in azienda (per tutelare i diritti dei lavoratori, si suppone) implica che chi si iscrive al sindacato non venga per questo buttato fuori. E tra i diritti che vanno tutelati c’è soprattutto quello relativo all’orario di lavoro, perchè solo una riduzione di questo orario permette al lavoratore di vivere la sua vita relazionale e di “guardarsi attorno”, senza limitarsi a riprendere -nelle poche ore di riposo- le forze necessarie a ricominciare la sua logorante attività.
Attaccando oggi l’art. 18 si è voluto mettere in discussione la presenza del sindacato in azienda e quindi il suo ruolo nella determinazione del “trattamento economico e normativo dei lavoratori”, alias retribuzioni, turni e condizioni di lavoro. Sulla scorta del modello Marchionne, si vorrebbero sottrarre questi elementi alla contrattazione lasciandoli alle “disposizioni unilaterali del datore di lavoro”.
Ma neanche Caruso, che dissente in molti punti da Cavallaro, ha difeso la riforma proposta dal governo. Voluta, a suo
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