No, non è la Sicilia del Gattopardo con gli ampi saloni e le musiche di Verdi che invitano a danzare, né (solo per esemplificare) quella classica dei miti e delle tragedie declamate tra le pietre millenarie, ma queste “Schegge di storia siciliana” il libro che Elio Camilleri ha presentato martedì 27 marzo al coro di notte dei Benedettini, contiene ben altro. Chè queste schegge sono bensì delle frecce acuminate piantate nel fianco del popolo siciliano, dei pungoli che ci invitano a riflettere sul nostro passato e, come dice Claudio Fava, “sono l’inizio di un modo di raccontare meno liturgico e celebrativo”
Nel denso volumetto è condensata infatti un’altra “storia” raccontata e fatta non dai vincitori, ma dai vinti. La vera storia della Sicilia, afferma Nunzio Famoso, comincia nel ‘700, con i primi viaggiatori che cominciano a dare un’informazione della Sicilia che prima non esisteva, ma anche allora l’immagine che si delineava non era quella vera, ne veniva fuori un’idea falsata. Il libro di Elio Camilleri parte da un punto di vista completamente diverso da quello tradizionale e ce lo trasmette con uno stile sobrio e antiretorico, ma animato da una forte passione civile.
Partendo dai fatti l’autore li racconta da un’angolazione particolare, esprimendo un contenuto, ma chiaro e netto disprezzo nei confronti delle classi dirigenti e concentra la sua attenzione sugli sconosciuti, su coloro il cui nome non è stato mai nemmeno pronunciato, per farci conoscere la loro vicenda umana.
Ne vengono fuori degli “schizzi” brevi, ma significativi. Tra questi, come non ricordare il “cappottino rosso” di Antonella, o “il pelo nell’uovo” o “ l’autista di Wojtila” per citare solo qualche titolo.
Un libro dunque non solo da leggere e meditare, ma da trasmettere alle giovani generazioni per non fargli perdere la speranza per il futuro attraverso la conoscenza del passato. E cercare di cambiarlo, questo futuro…
Miette Mineo
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