Un volume attraverso il quale diverse autrici (che fanno parte di Controparola, un gruppo di giornaliste e scrittrici, nato nel 1992 per iniziativa di Dacia Maraini) hanno raccontato la vita di donne che hanno contribuito, in maniera originale, e spesso decisiva, al processo risorgimentale. Una delle autrici, Maria Grosso, ha partecipato al dibattito.
Salvatore Distefano, introducendo i lavori, ha ricordato la continuità dell’impegno dell’Associazione Etnea, che dal 2010, con la proposta del ‘viaggio al contrario’ da Marsala a Quarto, ha sviluppato una riflessione critica sul processo di costruzione dello stato unitario. Ha anche sottolineato come quest’ultima iniziativa avesse un significato particolare perché sul ruolo delle donne è mancata una riflessione approfondita, frutto di una colpevole, e non casuale, sottovalutazione.
Un impegno “ a tutto tondo”: dall’organizzazione delle Giardiniere (la Carboneria femminile), ai dibattiti nei salotti; dalle manifestazioni pubbliche (per esempio vestirsi a lutto dopo la morte dei martiri di Belfiore) ai progetti di assistenza ed educazione, sino alla presenza negli stessi campi di battaglia.
Però, nonostante personaggi importanti come lo stesso Gioberti fossero coscienti di tutto questo “la partecipazione delle donne alla causa nazionale è un fatto quasi nuovo […] siamo giunti a maturità civile”, la maggior parte di queste donne vengono ricordate solo in quanto mogli o compagne di.
Quanti, ad esempio, conoscono il cognome di Anita? Non è casuale, perciò, che le donne abbiano ottenuto in Italia il diritto di voto solo dopo il secondo Risorgimento, la Resistenza.
Marina Mangiameli ha premesso di considerare il volume non come espressione della storia di genere, ma della storia tout court. Ha rilevato che ci troviamo di fronte a scelte e atteggiamenti coraggiosi e innovatori ampiamente sottovalutati sia nel linguaggio, quando si vuole parlare bene delle donne al massimo si riconosce loro un atteggiamento “virile”, che nei rapporti istituzionali, come quando ci si “dimentica”, ad esempio, di invitare alle celebrazioni ufficiali del nuovo Regno, personaggi del calibro di Cristina Trivulzio.
Sottovalutazione presente nella stessa ricostruzione dei fatti storici come quando si misconosce il ruolo di Rosalia Montmesson (ovviamente nota solo in quanto moglie di Crispi, da quest’ultimo, peraltro, abbandonata quando giunse all’apice del potere) che, ebbe un ruolo decisivo nell’insurrezione meridionale. Fu lei, infatti, a tenere i contatti, assumendosene i relativi rischi, fra i comitati siciliani e i comitati di Malta e Genova.
Maria Grosso ha ripercorso le tappe fondamentali della vita di Cristina Trivulzio di Belgioioso, protagonista assoluta della scena risorgimentale.
Un “personaggio internazionale”, come testimoniano i tanti luoghi (Italia, Svizzera, Francia, Grecia, Turchia) che la videro protagonista e la lunga e qualificata lista di quanti le furono amici, tra gli altri Balzac, De Musset, Bellini, Stendhal, List, Heine, Chopin, La Fayette. Che fondò e diresse giornali, La Gazzetta Italiana, attività anomala per una donna, come testimonia la scelta di non collaborazione del Manzoni, che considerava disdicevole scrivere su un giornale fondato da una donna.
Che troviamo direttamente impegnata sui campi di battaglia, ma anche, come durante la Repubblica romana, nell’organizzazione e nella gestione degli ospedali. Che prova a realizzare, seguendo il modello di Fourier, un falansterio nei propri terreni e promuove asili infantili e scuole professionali. Che si confronta ‘alla pari’ con tutti gli altri protagonisti del Risorgimento, ma quando muore, nel 1871, nessun politico italiano è presente ai funerali, nonostante avesse contribuito in maniera determinante alla nascita dello stato unitario. Un’assenza che evidenzia la necessità di continuare la ricerca e riflettere su questi temi con una nuova sensibilità.
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