E ancora:
Perchè allora è ormai corrente un giudizio negativo sulla nostra università? La risposta dell’autore è che sono stati i mass media a sottolineare soprattutto le caratteristiche peggiori di questa istituzione, enfatizzando elementi negativi e scandalistici e offrendo di fatto una sponda alla miope scelta politica dei tagli. Può darsi che sia così, ma – si chiede la
Con un linguaggio franco e spregiudicato Tino Vittorio ha individuato nel libro una valenza antropologica. La crisi cognitiva che caratterizza la nostra realtà è così grave da aver invalidato il detto “il raglio dell’asino non arriva in cielo”. Gli asini infatti sono oggi al potere. La conseguenza è una difficoltà a transitare verso la società della conoscenza, l’unica che possa garantire un futuro alla nostra economia. Cosa vediamo invece? una resistenza all’innovazione e la pretesa di affrontare la crisi con metodi arcaici come la compressione del costo del lavoro, cioè dei salari.
Ma l’Università non è solo il luogo della ricerca, è anche, e forse soprattutto, un luogo di formazione, in cui si dovrebbe creare il tessuto qualitativo del paese, arricchendone il capitale umano. Sul problema della formazione sono stati incentrati molti interventi del pubblico che hanno individuato la necessità di difendere la qualità del sapere in tutti i livelli dell’istruzione, dalle elementari alle superiori.
Cosa servirebbe per migliorare la nostra università? Certo non la riforma spacciata per epocale. Una riforma che rischia di mettere gli atenei in mano alla classe politica e che li sottopone ad uno choc organizzativo, costringendo i docenti ad avvitarsi sui propri assetti interni, subendo decisioni che sembrano avere quasi un sapore punitivo. Interventi correttivi sarebbero stati sì necessari, che valorizzassero però il positivo esistente e operassero in modo selettivo sugli aspetti più problematici.
La confusione indotta dai continui cambiamenti dei piani di studio e dalla sempre diversa organizzazione dei corsi universitari viene pagata soprattutto dagli studenti. A mettere il dito su questa piaga è stata una studentessa che ha evidenziato il disorientamento suo e dei colleghi e ha chiesto l’intervento dei docenti.
E se alcuni degli insegnanti presenti hanno scaricato tutta la responsabilità sulla politica, qualcuno con onestà ha avuto il coraggio di mettere in evidenza anche le responsabilità della classe docente, che si è preoccupata spesso di tutelare se stessa e gli equilibri interni, senza mai discutere delle questioni essenziali relative ai contenuti e alla didattica. Come è accaduto ad esempio nel passaggio al 3+2, compiuto senza interrogarsi, a
Come l’autore ha precisato, a conclusione del suo intervento, la mole di dati che costituisce il fondamento della tesi espressa nel volume è consultabile sul sito L’Italia che affonda.
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Interessante perchè contraddice tanti luoghi comuni, ma la piaga dei baroni in certe facoltà è reale.
piaga dei baroni? Corte dei Conti