Non dimenticateci! E’ l’accorata richiesta di molti iracheni ai rappresentanti delle organizzazioni umanitarie e pacifiste che visitano il loro paese, uscito dalle prime pagine dei giornali, ma non tornato ancora alla normalità. Lo racconta don Renato Sacco, di ritorno da un viaggio in Iraq, nell’incontro cittadino del 18 gennaio scorso, organizzato in via Siena da Pax Christi e dalla Convenzione per la pace.
In tono molto colloquiale, a partire da esempi di vita quotidiana, don Renato ha parlato di un paese non solo devastato da decenni di esperienze terribili, ma ancora dominato da un’economia di guerra che dà da vivere a molti giovani iracheni e fa la fortuna dei costruttori di armi di molti paesi occidentali, Italia compresa. (Armi: record europeo di vendite). Le pistole in dotazione ai sodati americani sono, per fare un esempio, delle Beretta e armi leggere italiane con il numero di matricola contraffatto sono state trovate in località controllate da gruppi terroristi (Mosaico di pace)
La guerra con l’ Iran, il regime dittatoriale di Saddam inizialmente appoggiato dall’Occidente, l’embargo che faceva mancare l’aspirina e i farmaci di base, i terribili bombardamenti con i loro strascichi di vittime civili e gli effetti non misurabili dell’uranio impoverito. Questo e altro è stato l’Iraq. Oggi non va meglio. Le fognature e gli acquedotti, distrutti dalle incursioni, non sono stati ricostruiti; l’energia elettrica arriva a singhiozzo; gli ospedali e le università, che avevano raggiunto un alto livello, sono in crisi; gli scontri tra gruppi etnici e religiosi coinvolgono ormai anche la minoranza cristiana. Crescono la mafia e la corruzione. I profughi in Siria, in Libano, nel nord dello stesso Iraq, vivono in villaggi senza risorse e senza prospettive.
Il proclamato ritiro delle truppe statunitensi contrasta con la presenza della immensa ambasciata fortificata posta nel cuore della capitale, a dimostrare chi comandi davvero nel paese. Magari indirettamente, attraverso mercenari, i contractors, che lavorano per ditte private e non devono rendere conto del loro operato, come già aveva raccontato Giuliana Sgrena.
Per ricordare l’Iraq abbiamo scelto un documentario del reporter John Pilger che, come egli stesso afferma nel commento al video,vuole parlare della “guerra che non si vede”. La sua riflessione verte proprio sul ruolo dei media, sul modo in cui i crimini di guerra vengono descritti e giustificati, su quello che i capi non vogliono che la gente sappia. Le “atrocità” commesse non possono essere considerate “operazioni di guerra”, anche se, con il suo volto bonario e la sua voce melliflua, il politico di turno le giustifica affermando che ” questo non succede ogni giorno”. Pilger richiama invece alla responsabilità dell’informazione e, dopo aver dichirato che “la vita di innumerevoli uomini, donne e bambini dipende dalla verità”, conclude spiegando che “questo film ha come oggetto il vostro diritto di sapere“.
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As a woman I have no country. As a woman I want no country. As a
eccolo l iraq che non raccontano
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