In un’intervista a La Sicilia il sostituto procuratore Setola denuncia che: “Gli appalti erano fatti in maniera tale che la cooperativa di turno incassava i soldi a prescindere dal fatto se il servizio venisse effettivamente erogato”.
Sempre nello stesso quotidiano, si possono, inoltre, leggere le seguenti affermazioni del procuratore aggiunto di Catania, Michelangelo Patanè: “Si spendevano soldi pubblici per elargire denaro ai componenti di un sodalizio criminale e di persone loro vicine, facendo venire meno i fondi per le fasce deboli della città. Si colpivano le persone, come anziani, bambini e disabili che non potevano usufruire di servizi per loro essenziali e non erano perciò tutelati, con uno spreco evidente di denaro pubblico”.
In una città disastrata, pronta a privarsi di parte del suo patrimonio immobiliare per far fronte a una situazione debitoria sempre più complessa, non stupisce leggere notizie di questo tipo. Non stupisce scoprire l’esistenza di gare di appalto “preconfezionate” (chi non ricorda la vicenda, tuttora aperta, dei parcheggi?), né che si gestiva – è sempre Setola che parla – il denaro che arrivava ai Servizi sociali per farne ciò che si voleva. “Loro dovevano controllare se stessi. È già folle che il titolare dell’ufficio si autonomini controllore e componente del gruppo che dovrebbe fare le verifiche”.
I responsabili dell’indagine ipotizzano che tutto ciò andasse avanti da almeno cinque anni. Visto il numero delle persone coinvolte, com’è possibile che nessuno, a livello comunale e regionale (compreso l’attuale sindaco Stancanelli, quando era assessore regionale alla famiglia) si sia accorto di nulla? La meraviglia e le lacrime di coccodrillo, però, non servono, soprattutto se, in precedenza, si è colpevolmente taciuto sullo stato disastroso dei servizi sociali e sulla loro gestione clientelare.
A partire da ciò che sta venendo alla luce sarebbe certamente utile, da parte dell’Amministrazione, una vera operazione di trasparenza (altro che stati generali) per far luce sull’intera gestione dei servizi sociali: investimenti, progetti, appalti, personale interno ed esterno utilizzato, ruolo delle municipalità, risultati.
Ma, soprattutto, occorre ripensare l’organizzazione complessiva dei servizi sociali, in eccessiva misura delegata a enti esterni all’Amministrazione che, non sempre, garantiscono una buona qualità del lavoro, sia rispetto ai servizi erogati che alla professionalità dei lavoratori, spesso mal pagati e sottoposti al ricatto occupazionale.
Va, perciò, ridefinito il rapporto tra pubblico e privato sociale. I privati dovrebbero essere utilizzati nella programmazione e nella sperimentazioni di progetti innovativi che, se risultati validi (e quindi meritevoli di essere riproposti con continuità), dovrebbero essere fatti propri e gestiti direttamente dall’Amministrazione, ottenendo occupazione stabile e riduzione dei costi.
Una proposta, siamo sicuri, che non piacerà agli speculatori, ma dovrebbe garantire migliori servizi ai cittadini, minori sprechi alla collettività e suscitare il giusto interesse in quella parte del privato sociale che rifiuta assistenzialismo e clientele perché nasce con l’obiettivo di contribuire ad un miglioramento complessivo dei servizi.
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