I giovani non lo conoscono affatto. I meno giovani lo ricordano a stento. Eppure il palermitano Vittorio De Seta è l’autore di pregevoli documentari, di recente ospitati a Parigi, nell’Auditorium del museo del Jeu de Paume, all’interno di “Sicilia, uomini, paesaggio“, un’ampia retrospettiva dedicata al documentario siciliano. Ma chi è Vittorio De Seta? Architetto mancato e regista per amore, esordisce nel documentario con Pasqua in Sicilia del 1954, seguito nello stesso anno da Lu tempo de li pisci spata e da Isole nel sole, premiato al Festival di Cannes. Rappresenta una delle prime figure di film-maker totale del cinema italiano: cura personalmente la fotografia, il montaggio, la colonna sonora ecc. Si conferma come grande documentarista con i successivi Surfarara e Contadini del mare, entrambi del 1955, con Pescherecci del 1957, e soprattutto con Pastori di Orgosolo e Un giorno in Barbagia, ambedue del 1958. È sulla base dell’esperienza con i pastori sardi che nasce il suo primo lungometraggio a soggetto,Banditi a Orgosolo (1961), drammatica radiografia di una civiltà quasi arcaica, esplorata senza alcuna concessione al folclore e alla retorica mélo. Nel 1966 dirige Un uomo a metà, sulla crisi di militanza e di impegno politico di un intellettuale, rivelando una puntuale capacità di introspezione psicologico-esistenziale. Gira poi L’invitata(1970) e, per la tv, Diario di un maestro(1972), resoconto di un esperienza didattico-educativa in una borgata romana.
Noi vogliamo riproporvi alcuni dei suoi documentari. Ecco il primo dal titolo “Surfarara”. Nelle zone misere e arroventate del centro dell’isola, si nascondono all’occhio le miniere di zolfo. La macchina da presa segue i minatori avviarsi all’alba verso i pozzi ed attendere che i compagni del turno di notte risalgano in superficie dopo otto ore di lavoro. Le immagini, girate a 500 metri di profondità, si interrompono ad un certo punto per risalire in superficie, quasi che anche il regista avesse un improvviso bisogno d’aria. Si vedono le donne sbrigare i lavori domestici, i contadini lavorare la terra mentre i minatori frantumano le rocce in uno scorrere di tempo sempre uguale, fino al tramonto, quando arriva il momento di tornare a casa. Il documentario scorre senza una parola di commento. Sulle immagini solo le voci dei protagonisti, i canti monodici siciliani, le note del marranzano.
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